Come avrete letto, abbiamo da poco presentato il progetto “Localized Slimming” al Rimini Wellness in occasione della fiera di fitness più autorevole d’Italia.
L’occasione è stata per noi importante anche per fare il punto sul mondo del fitness che in questo genere di appuntamenti trova la sua massima esposizione: sia in termini economici che di visibilità mediatica.
Insieme ad iniziative di elevato valore tecnico/scientifico si è assistito anche a manifestazioni sapientemente “provocatorie” che a voler essere buoni, a parte un po’ di simpatia ed originalità, ben poco hanno a che fare con la cultura del movimento umano destinato all’allenamento o più semplicemente al benessere psico-fisico.
Dovremmo soffermarci a riflettere sull’interesse che i media hanno voluto dedicare ad esempio al MammaFit, pratica alla ribalta della moda, che vede le mamme effettuare una sorta di ginnastica spingendo avanti e indietro un passeggino con dentro un bambino.
Nei padiglioni della Fiera di Rimini si è abituati a vedere di tutto, dai seminari scientifici ai workshop di nuovi attrezzi che promettono meraviglie, ma alle mamme che, a tempo di musica, muovevano avanti e indietro una carrozzina con dentro il proprio pargolo, spacciando questa come un’attività motoria di ultima generazione, non eravamo proprio preparati.
Di questo, ma anche di altro, ne abbiamo parlato con Antonio Urso, Presidente della Federazione Italiana Pesi e Cultura Fisica, che, come nella precedente intervista, ci ha fornito un punto di vista lucido e preciso.
Presidente Urso, cosa ne pensa della realtà Fitness in Italia?
Io credo che la parola stessa fitness sia ormai abusata.
Potremmo anche dire che un carpentiere fa fitness visto che effettua movimento.
Bisogna vedere se questo movimento è funzionale a tenere integre tutte le capacità della macchina umana mentre, ad esempio, a spingere la carrozzina le spalle effettueranno un movimento ridotto, così come altrettanto ridotto sarà il movimento delle ginocchia o delle caviglie.
Il concetto di fitness deve essere codificato a tal punto da non lasciare dubbi.
Quali sono secondo lei i parametri utili per dare una definizione di fitness?
Innanzitutto un range di frequenza cardiaca, un range di movimento articolare, un carico di lavoro da poter stabilire. Dovrebbe esserci una codifica di esercizi che lavorano in maniera globale su delle catene cinetiche.
Dovrebbero essere inclusi in qualsiasi tipo di attività degli esercizi che sviluppano il Core, la zona tra addominali e lombari dove tutti i movimenti in qualche maniera si vanno a scaricare.
Questi per citarne alcuni.
Quello che voglio dire è che il mondo fitness dovrebbe evolvere dandosi dei parametri ben precisi
Questa tanto attesa rivoluzione sta arrivando secondo lei?
No, non c’è, in questo momento è ancora premiante la trovata pubblicitaria, la moda.
Dovremmo investire tantissimo in cultura.
La gente, ma anche gli addetti ai lavori, non riescono ancora a distinguere quello che è una moda da quello che è un programma serio di evoluzione funzionale.
Dal canto nostro, la Federazione si muove cercando di investire sulla formazione diretta dei futuri alti profili professionali.
Come vi dissi tempo fa, il 26 marzo abbiamo avuto la prima certificazione NSCA. Sono quindi nati i primi personal trainer validati dall’agenzia internazionale che certifica la qualità professionale in ambito sportivo.
Di 100 iscritti, i promossi sono stati intorno al 60% con una selezione molto alta a riprova della difficoltà e del rigore che la certificazione NSCA impone.
Molti degli iscritti erano tecnici della nostra federazione e una grande maggioranza proveniva direttamente dalle discipline sportive. Questo ci da la misura di quanto si senta la necessità di un’evoluzione professionale anche all’interno del mondo sportivo.
Anche se ad una prima analisi può non sembrare, anche lo Sport vive le stesse dinamiche del Fitness/Wellness.
In fondo la società di base è la stessa.
Anche il mondo sportivo ha quindi bisogno di fare una riflessione di ordine culturale.
Molto spesso anche qui arrivano delle mode allenanti che non vengono analizzate a monte ma solo verificate a posteriori quando i danni sono stati già fatti.
Per esempio?
Il fatto storicamente eclatante, ad esempio, dove ancora qualcuno ne paga pegno, fu quando il sistema sportivo italiano, negli anni ’80, importò completamente la metodologia di allenamento dell’Europa dell’est .
Metodologia, questa, assolutamente inapplicabile nel contesto italiano e che ha generato più danni che vantaggi.
E’ necessario quindi investire nella formazione e nell’evoluzione professionale delle singole figure per effettuare quello scatto necessario affinché la moda sia vista solo come moda. Sia nello sport che nel fitness.
Quando ci saranno i prossimi corsi per i personal certificati?
A dicembre, esattamente il 3 e il 4.
Recupereremo i non ammessi e avremo nuovi corsisti. Presumiamo qualcosa in più dei 100 del primo corso.
Devo dire che ultimamente questo tam tam si è fatto sentire e notare. Ce ne accorgiamo semplicemente dal flusso di mail in entrata che chiedono informazioni.
I grandi eventi come Rimini Wellness possono diventare da piazza di incontri economici ad un momento di vera evoluzione professionale?
Sì, potenzialmente potrebbe avvenire.
Il vero problema è che bisognerebbe mettere da parte l’interesse economico. La cultura non porta ad introiti, in nessun campo e di certo non nel breve periodo.
In questo contesto qual è quella azienda che è lungimirante e capace di investire sul lungo termine?
Poche. Purtroppo.
C’è un movimento politico/legislativo per dare una normativa più chiara su questi ambiti?
Partiamo da un presupposto: per me la palestra è un luogo di medicina e così dovrebbe essere trattato.
Il vero problema però sta a monte e non so perché non venga affrontato.
La questione nasce proprio dalla laurea in Scienze Motorie per il semplice fatto che non è una laurea abilitante.
C’è anche un problema maggiormente legato agli ambiti.
Bisognerebbe prima definire cosa sia un laureato di scienze motorie.
Un farmacista è un farmacista.
Un medico è un medico.
Un laureato in scienze motorie che cosa è?
Per me, ad esempio, è un terapista del movimento.
Vista in questi termini, un terapista del movimento ha già una collocazione.
Se si effettua una terapia attraverso l’uso del movimento significa che si è in grado di curare non solo la salute ma anche la prestazione sportiva così come di recuperare infortuni o situazioni patologiche e pregresse.
Inoltre la laurea in scienze motorie non prevede specializzazioni. Non ci sono percorsi diversi, ad esempio, per l’attività giovanile, per la terza età o per l’alta qualificazione.
Al laureato in scienze motorie, infine, non è concesso, al contrario del fisioterapista, di mettere le mani sul paziente, limitando di fatto la applicazioni
Se noi invece facessimo entrare in gioco il concetto di terapia motoria potremo dare un campo preciso di collocazione che significherebbe che ogni caso potrebbe trovare uno specialista adatto.




