Come visto in precedenza e come sottolineato dal Presidente della FIPE Antonio Urso, sta pian piano passando tra gli addetti ai lavori l’utilità di applicare evoluzioni tecnologiche e scientifiche nelle metodologie di allenamento, qualunque sia lo sport preso in considerazione.
Dall’allenamento in palestra alla successiva verifica sul campo, effettuare una valutazione funzionale della prestazione atletica è fondamentale in ogni fase della stagione sportiva.
Più questa valutazione sarà relativa al gesto atletico espresso dall’atleta sul campo e più gli allenatori avranno un quadro oggettivo delle condizioni del singolo e della squadra.
Di fatto la valutazione funzionale da laboratorio, seppur indispensabile nelle fasi di ricerca scientifica, non restituisce tutte le informazioni necessarie ai preparatori fisici ed agli allenatori in quanto le esecuzioni dei gesti atletici vengono effettuate in un luogo comunque diverso dal “campo di gioco”.
Se a questo fattore si aggiungono sistemi di rilevazione spesso invasivi è facile intuire perché in laboratorio l’atleta risulta spesso condizionato sia a livello fisico che psicologico perdendo la spontaneità di quel gesto atletico che si vorrebbe misurare.
Per capire come queste tematiche siano affrontate in una squadra di basket di altissimo livello abbiamo posto qualche domanda a Giuseppe Annino, Preparatore Atletico della Virtus Roma e Docente all’Università di Roma Tor Vergata del corso di Laurea in Scienze Motorie.
Prof. Annino, quali sono le attività di valutazione funzionale che svolgete con la Virtus?
Le valutazioni che vengono effettuate mirano ad indagare le qualità neuromuscolari e metaboliche di ciascun giocatore. Pertanto la forza esplosiva e la resistenza alla forza veloce sono le qualità fisiche maggiormente indagate in quanto fattori limitanti la prestazione nel basket.
Impostate gli allenamenti a seconda del ruolo sul campo e delle relative differenze di prestazione?
Nel basket, a differenza di sport come il calcio, dove i ruoli si caratterizzano anche per tipologia di prestazione, la differenza tra ruoli è decisamente meno accentuata, quello che fa la differenza è la tipologia antropometrica che si identifica con il ruolo. In una squadra di basket ci sono giocatori alti più di 2 metri per 115 kg circa di peso come i pivot e altri, come le guardie, che non superano i 170 cm di statura con un peso corporeo intorno agli 80 Kg.
E’ chiaro che questi due estremi esprimono le stesse qualità fisiche in modo completamente differente. Pertanto, in funzione delle esigenze di ciascun giocatore bisogna adattare una metodologia specifica e quanto più possibile personalizzata.
Ogni giocatore rappresenta un sistema biologico unico e irripetibile soprattutto in funzione anche del percorso storico che caratterizza la carriera di un giocatore. Mi riferisco sia al percorso traumatico che, in uno sport da contatto come il basket, è inevitabile e determina quasi sempre adattamenti muscolari di compenso, che ai carichi di lavoro che li hanno impegnati precedentemente come i campionati europei che si sono conclusi nel mese di settembre di quest’anno e che hanno tenuto in attività i giocatori già dal mese di luglio.
Queste sono tutte variabili difficili da individuare e da valutare ma è la sfida che bisogna affrontare sia per la salute dei giocatori che per il mantenimento di una prestazione di qualità per tutta la stagione agonistica.
C’è attenzione agli infortuni e alla riabilitazione? Cosa fate per preservare i vostri talenti?
Più che agli infortuni direi che l’obiettivo primario è la loro prevenzione. Purtroppo l’infortunio è un evento quasi sempre drammatico sia per il giocatore che lo subisce che per gli equilibri della squadra. Inoltre, in questo caso, i tempi di recupero dipendono sempre dal tipo di infortunio, dai tempi biologici di riparazione dei tessuti coinvolti, dal periodo di riabilitazione e dal periodo di riattivazione funzionale per il ritorno in campo.
Di tutte queste fasi, il periodo di riattivazione funzionale è sicuramente quello più delicato perché bisogna riequilibrare di nuovo il sistema neuromuscolare e/o osteoarticolare ad esprimersi ad intensità elevatissime evitando possibili recidive o altri infortuni da scompenso.
Pertanto in questa fase la valutazione dei parametri biomeccanici e neuromuscolari in condizioni ambientali sempre più specifiche, per intenderci, in grado di simulare azioni di gioco, diventano uno strumento importantissimo.
In questo caso la tecnologia wireless risulta di fondamentale importanza nel testare i giocatori in azioni tecnico-specifiche senza influenzare l’azione del giocatore.
E’ chiaro che per una corretta gestione dei giocatori occorre sempre una sinergia assoluta tra lo staff tecnico, il preparatore e lo staff medico per una corretta somministrazione dei carichi di lavoro soprattutto in quella fase di transizione “paziente-atleta” che caratterizza spesso lo status dei giocatori.
Lo strapotere americano nel basket è dato dalla preparazione fisica o da un diverso approccio tattico?
Secondo me da nessuna delle due o per lo meno nessuna delle due incide più del fattore genetico e della selezione naturale.
Senza entrare troppo in discorsi darwiniani, il fatto è che il basket negli USA è lo sport nazionale di una popolazione numerosa e multietnica.
E’ chiaro che l’alto livello seleziona i giocatori migliori sia dal punto di vista fisico che tecnico-tattico. Fortunatamente il talento non ha bandiere e quindi anche giocatori italiani ed europei da sempre riescono a giocare e a farsi apprezzare dalle squadre americane migliori.




