Questo è il periodo dell’anno in cui le infermerie dei grandi club sportivi, di calcio ma non solo, cominciano a riempirsi di infortunati.
Atleti di ogni età sono costretti a settimane, se non mesi, di riabilitazione per tornare all’attività agonistica
Sono i tempi sportivi che, ormai compressi e serrati per ragioni di marketing, impongono agli atleti veri e propri tour de force psico-fisici.
Una corretta gestione degli infortuni e delle relative metodologie riabilitative diventa quindi strategia fondamentale per affrontare gli impegni della stagione agonistica per qualunque squadra, federazione o disciplina sportiva anche al fine di evitare pericolose ed antieconomiche recidive.
I nostri sensori inerziali già da tempo vengono utilizzati nel settore della riabilitazione come strumento indispensabile per una corretta valutazione funzionale del “range” motorio dell’atleta infortunato.
Dopo un accurato iter formativo i fisioterapisti possono calcolare correttamente i carichi di lavoro da attribuire prima della “rimessa in campo” impiegando gli stessi dispositivi che il preparatore atletico utilizzerà successivamente per il miglioramento ed il monitoraggio della performance atletica.
In un percorso riabilitativo è infatti fondamentale monitorare con precisione scientifica, gli esiti dei protocolli applicati avendo a disposizione dati oggettivi, di facile consultazione e ottenuti senza falsare o condizionare il movimento che si intende valutare.
Abbiamo incontrato Massimiliano Febbi, Docente Federale della Federazione Italiana Pesistica e Responsabile e Direttore della formazione dei corsi della NSCA Italia, per capire meglio lo stato dell’arte delle metodologie riabilitative in Italia e all’estero.
Dott. Febbi, quanto è presente la tecnologia nel campo della riabilitazione?
In ambito riabilitativo vengono utilizzati solitamente dinamometri isocinetici che registrano l’attività muscolare, in condizione di velocità e di movimento costanti.
Attualmente però questi strumenti, nonostante il grande contributo dato al mondo della riabilitazione (anche nell’ ambito sportivo) tendono a dimostrare qualche carenza soprattutto alla luce di quanto la ricerca scientifica e la moderna metodologia dell‘allenamento stanno dimostrando.
Per quale motivo?
Il primo limite di questo tipo di valutazione è l’impossibilità di correlare la contrazione isocinetica con il movimento reale del corpo umano, mancando la valutazione di uno degli elementi fondamentali che fa parte del movimento umano: l’accellerazione .
Con una valutazione accurata di questa, sicuramente, si andrà oltre al semplice dato numerico e ci si avvicinerà ad un concetto di funzionalità e applicabilità reale.
Il vero recupero funzionale può avvenire solo se si va a ripristinare un corretto movimento e non andando semplicemente a lavorare sul ripristino di un muscolo in se.
Per questo c’è bisogno di qualcosa in più.
Quali sono le fasi del lavoro riabilitativo che potrebbero essere ampliate?
Quando si ripristina la funzionalità motoria di un muscolo, una volta ritrovata la tonicità iniziale (lavoro prettamente fisioterapico), si passa a lavorare con il sovraccarico.
Tuttavia gli unici parametri utilizzati sono il numero delle ripetizioni per i kilogrammi di carico su una struttura che è di per se infortunata e quindi non strutturalmente integra.
Gli errori avvengono principalmente quando si somministra troppo carico (o troppo poco) e quando si sottopone l’articolazione ad eccessivo stress utilizzando un gran numero di ripetizioni o carichi eccessivi .
Servendosi invece del monitoraggio dell’accellerometria, si va ad agire su altri parametri, totalmente nuovi nel mondo riabilitativo
Non andremo più a far sollevare 50 Kg ma, ad esempio, 25-30 ad una velocità di esecuzione maggiore.
Così facendo si preserverà la struttura infortunata dal punto di vista strutturale, ma si agirà in miglior modo sull’attività neuro-muscolare del soggetto (attivazione di un numero di fibre ad una velocità maggiore) e si imposterà così un lavoro più vicino a quello che avviene nella vita quotidiana e, soprattutto, nell’attività sportiva.
Questo nuovo approccio alla riabilitazione funzionale si basa su saldi principi provenienti dalla fisiologia, dalla biomeccanica e della metodologia dell‘allenamento che stiamo portando avanti sia con la Fipe che con SENSORIZE.
In cosa potrebbe migliorare la metodologia riabilitativa?
L’isocinetica è una macchina che produce una contrazione che in natura non esiste.
La pretesa, perciò, di utilizzare questo tipo di valutazione come parametro per capire se una struttura è in grado di sopportare il gesto specifico – e quindi il ritorno all‘attività sportiva – appare un controsenso.
Come facciamo a sapere che il soggetto, una volta rientrato in campo, con velocità di gioco e cambi di direzione ad alte accellerazioni, non andrà a rincorrere nello stesso infortunio?
E’ chiaro che, a livello base, la valutazione è corretta (meglio avere un parametro oggettivo che uno soggettivo) però se ne potrebbe scegliere uno di migliore qualità utilizzando strumentazioni diverse.
Altro problema legato a strumentazioni classiche (pedane di forza, elettromiografia etc), oltre al costo proibitivo per molti, è che i dati raccolti spesso sono poco comprensibili a soggetti che non hanno una formazione specifica ed approfondita nella scienza dell‘allenamento, rappresentando un muro insormontabile per una figura come il fisioterapista dello sport.
Perchè queste logiche sono tenute di poco conto?
Nel mondo della fisioterapia concetti relativi al recupero della forza e alle relative metodologie sono ancora poco o per niente presenti
Essendo la figura del laureato in fisioterapia specializzato in riabilitazione sportiva relativamente nuova, è normale che queste conoscenze rimangano ancora limitate a pochi.
Oggi però iniziano a nascere anche in Italia dei Master e corsi di specializzazione che, grazie anche alla tecnologia presente nei vostri strumenti, stanno facendo un buon lavoro per introdurre questo tipo di cultura e questo tipo di tematiche all’interno del percorso di specializzazione in fisioterapia dello sport.
In Italia abbiamo una sorta di dualismo fra scienziati motori e fisioterapisti.
La sua esperienza all’estero cosa dice in merito?
Tecnicamente negli Stati Uniti non si crea dualismo per la fortissima estremizzazione della specializzazione.
Tenete conto che in una squadra sportiva solitamente si trova l’athletic trainer (fisioterapista per lo sport) il preparatore atletico, il medico, il chiropratico, il massaggiatore e nessuno entra nelle competenze dell’altro.
Comunque sia, spesso, questo genere di dualismo è differente da paese a paese anche a seconda delle leggi che ne regolamentano gli ambiti di competenza.
In Portogallo, ad esempio, il dualismo si è creato tra fisioterapisti e infermieri.
Le società sportive preferiscono infatti includere infermieri esperti di massaggio vista la possibilità, per legge, di praticare, dopo prescrizione medica, terapia infiltrativa .
I contrasti tra scienze motorie e fisioterapia esistono ed esisteranno sempre per come è l’ordinamento italiano attualmente. Comunque il punto fondamentale rimane che se si vuol far parte di uno stesso team di alto livello si deve parlare un linguaggio comune fra tutte le figure che lo compongono.
Di questo ne beneficerà sicuramente l’atleta o il paziente.
In questo quadro la formazione specializzata diventa prerogativa fondamentale. Lei è responsabile e direttore della formazione dei corsi della NSCA Italia. Quali attività svolgete in questo senso?
Abbiamo attivato da un anno due corsi entrambi con una certificazione finale.
Uno è il CPT (Certified Personal Trainer), aperto a tutti ma per il quale la NSCA richiede almeno il superamento dei primi livelli federali vista l’alta difficoltà del corso e l’alta percentuale di bocciati.
Il CPT è una certificazione per chi opera in ambito di fitness ad alto livello e vuole un riconoscimento che sia internazionale oltre che nazionale.
Il secondo è il CSCS.
Certificazione per specialista in condizionamento fisico aperta esclusivamente ai laureati (scienziati motori, fisioterapisti, medici).
Questo percorso formativo offre le basi, i mezzi e valuta la capacità del singolo, nell’organizzazione di programmi di allenamento, ma anche nel recupero funzionale, utilizzando le principali ricerche e aggiornando costantemente i libri e le metodologie con quella che è l’evidenza scientifica attuale.
Qual è la tipologia di iscritti ai vostri corsi di certificazione?
La prima tranche di corsi, che si sono svolti l’anno scorso, ha visto la certificazione di 50 CPT e 20 CSCS con oltre il 50% di bocciati.
Il CPT è stato frequentato dall’appassionato al professionista che lavora nell’ambito del fitness e delle palestre.
Il CSCS da professionisti di altissimo livello, come il preparatore fisico della nazionale di basket femminile, a chi lavora con gli amatori o chi ha voluto tenersi aggiornato prendendo una certificazione che rappresenta il Gold Standard a livello internazionale.
Inoltre, a livello professionistico e in tutti gli sport, si sta arrivando ad un iper utilizzo degli atleti, per motivi di marketing, sportivi o economici.
Piano piano ci si sta rendendo conto che la preparazione fisica è difficile da fare.
I tempi a disposizione dal calendario sono molto ristretti e non tengono conto della fisiologia di adattamento del soggetto né di una corretta programmazione dell’allenamento nel tempo.
Si è quindi visto che un investimento nella prevenzione degli infortuni e sul mantenimento dell’atleta nell’anno, evitando le recidive, è sicuramente un investimento importante che può salvaguardare le società sportive di livello.
Fonte Immagine: Vitalityne.com




